martedì 2 febbraio 2016

"Fine di un romanzo" di Crocco e Miele


 
Una scena da "Fine di un romanzo"

Cosa resta di un romanzo nello “scolatoio” del teatro?
Le chirurgie drammaturgiche - quelle che amiamo - giocano alla sottrazione, scarnificano, tolgono la pelle al testo, esplorano dritte dritte il battere dell’essenza.

Alessandra Crocco e Alessandro Miele da tempo concentrano i loro bisturi sui “Demoni” il poderoso e popolatissimo romanzo di Fedor Dostoevskii.
Nel luglio 2014* siamo stati testimoni di loro intimissime prove accolte nel vuoto temporale di Palazzo Cezzi-Tamborrino a Lecce.
Adesso in “Fine di un romanzo” - andato in scena ai Cantieri Teatrali Koreja sabato 30 gennaio - i due registi-attori sono in scena con tre compagni di ricerca: Giovanni De Monte, Rita Felicetti, Maria Rosaria Ponzetta. I tre attori danno corpo ai vermi, alle ossessioni di Nikolaj Stavrogin, ma certo non solo alle sue…

Posizionamenti, movimenti tagliati nel nero della scena vuota, solo tre sedie a terra sul fondo e le funi della macchineria di palco s’intravvedono.
Buio segnato dalle luci di Angelo Piccinni, scandito dai misteriosissimi suoni di Daniela Diurisi e “naturato” da un intenso odore di terra.
Il fango - quello concreto che sporca il tavolato e i corpi degli attori e quello retorico che impiastra i pensieri - accoglie lo stare delle figure.
Riscattati dal dover fare narrativo e attoriale, lì stanno Nikolaj e Maria, cardini della costruzione dostoevskijana, ad eternare il senso originario del romanzo. Non c’è trama nel lavoro di Crocco e Miele, solo frammenti, resti, una lontana eco, un’evocazione, come chiamare i morti a far da testimoni. 
Fuochi di senso quelli che rendono universale l’opera, contemporanea ad ogni Tempo, sul bilico, tra dramma e farsa, così com’è nella Realtà, nell’ogni giorno della vita. Sempre il pensiero rivoluzionario ha fruttato illusioni, movimenti, sperimentazioni ideali miseramente e drammaticamente fallite nel loro divenire, traccia significante dell’incapacità dell’umano al cospetto della Storia. Non c’è bellezza che da Ideale possa trasformarsi in Pratica, in Concreto Vivere. Non ce n’è traccia. L’ossessione del potere pervade, prende, controlla anche chi prima s’era proposto come alternativa.
Allora è meglio un disarmato silenzio e qui - come anche d’altronde nel romanzo - Nikolaj Stavrogin tace. Solo innamorato, forse sì, forse no. Disilluso! Condizione di molti, condizione dei puri, di chi ha attraversato l’orrore per potersi sentire altro.

di Mauro Marino

* Ecco i link delle recensioni apparse su Spagine del lavoro di Crocco e Miele a palazzo Cezzi-Tamborrino

http://www.spagine.it/volantino/demoni-frammento-1-marija/

http://www.spagine.it/teatro/demoni-frammento-2-liza/

http://www.spagine.it/teatro/demoni-frammento-3-nikolaij/



lunedì 25 gennaio 2016

Novoli, storia di Patrizio, di Antonio e del Fuoco Nascosto





Dove sto io è un porto, un approdo di creativi; sarà che non ci sono molti luoghi per parlare, luoghi dove si è certi di essere ascoltati. Sarà per questo? Non so, ma dove sto io è un continuo venire di persone, inquiete e creative; persone che per agire la propria necessità espressiva e comunicativa hanno bisogno di occhi e di orecchie attente, disponibili, pronte ad accogliere e a tentare di risolvere le necessità di quel divenire che solo nell’incontro può trovare seme per farsi atto.
Oggi, mentre Adriana provava la voce con la sua nuova loop machine, mentre Corrado, in viaggio in bicicletta da Cesena, passa per un saluto prima di riprendere l’Adriatica, entra Patrizio Quarta, l’amico scultore, fine cesellatore di pietre. Lo conosco da anni. Il primo incontro con lui fu agli inizi degli anni Novanta, quando nelle grandi sale di Astragali, in via Candido a Lecce, inaugurammo con una straordinaria collettiva (Nella pianura dei sogni) l’ancora inesausta stagione salentina.
Patrizio è un fiume in piena, mi pare provato, addolorato, meglio: mi chiede attenzione.
In una cartella conserva fotografie, un depliant, articoli di giornali sui recenti festeggiamenti della Focara di Sant’Antonio Abate a Novoli, il grande evento dell’inverno salentino. Ed è proprio l’Abate il motivo del suo cruccio, l’offesa che non sopporta. Tradito da Novoli, il suo paese che non rende onore al suo lavoro e al Santo. Una scultura da lui realizzata è stata posta sul palco del Teatro Comunale, a sinistra del tavolo che ha ospitato la lectio magistralis della star che l’Amministrazione Comunale novolese ha chiamato a dar lustro alla Festa del Fuoco: Vittorio Sgarbi.
Mi astengo dai commenti, sarebbe inutile, sappiamo come si è capaci di evocare il nulla per sentirsi magnificati e il presuntuoso e verboso signore su citato è maestro nell’arte del nulla.
Felice l’Amministrazione, felici tutti. O no? No, Patrizio no! Mi racconta (da parte mia avevo già letto sul Quotidiano) della Capra (senza offesa per l’animale) salita in cattedra a rivendicare la presidenza della Fondazione novolese (il soldo – sappiamo - attrae più di ogni altra cosa il critico-animale). Ma lasciamo perdere e torniamo al racconto di Patrizio al tempo passato a concertare la presenza delle sue opere nella serata principe della kermesse, dei tira e molla con quelli che contano sul numero delle opere da mostrare, prima un certo numero, poi solo una, poi tre, poi una.
“Visto che è una la creo a tema” pensa il nostro e si mette a lavoro. Lui le pietre se le va a cercare, le sceglie cariche di tempo e di licheni, chiama il Santo ad ispirarlo, lo pensa legato al fuoco ed ecco, con il lavoro, il comparire, il farsi della forma. Un’opera antica come antiche appaiono le mani di chi l’ha realizzata. “Sant’Antonio Abate e il fuoco nascosto” è il titolo dell’opera realizzata. Un presagio! Nell’opera è previsto alle spalle del Santo, ritratto come in un’iconografia pastorale, un piccolo vano per accendere e custodire il fuoco, il simbolo della festa. Ma quel fuoco è troppo piccolo per destare l’attenzione delle autorità e del magnifico critico che pontifica, troppo piccolo per essere acceso… E tutto svanisce inghiottito dalla foga oratoria dell’illustre ospite che brucia parole a vanvera sull’arte magnificando solo se stesso e chi l’ha lautamente pagato per essere lì.

Amen! Certo l’anacoreta egiziano, Antonio, il santo del deserto, che del “porco” seppe fare a meno, saprà ancora vincere il demonio e rendere grazia all’arte, a quella umile e sublime che trova bellezza e rende bellezza nella povertà.

Nelle foto l'opera di Patrizio Quarta nel teatro di Novoli accesa quando il pubblio è uscito dalla sala

venerdì 11 dicembre 2015

Lecce, il Salento l'Unesco



Lecce ambisce alla “tutela” dell’Unesco, la città barocca - sempre speranzosa - cerca di mettere ordine dove ancora ordine non c’è, sognando un futuro pari a quello della città ereditata, immaginata nella sua particolarità secoli addietro. Diventare “città patrimonio dell’umanità” significa prima di tutto rispettare delle regole. Ce la faremo? Chissà! In altre “competizioni” nonostante le energie profuse non abbiamo ottenuto buoni risultati, certo si può sempre far meglio, ma l’impressione è che la città non sia veramente pronta. La professoressa Tatiana Kirova - membro permanente della Commissione che si occupa della valutazione della candidatura dei siti - visitando nelle settimane scorse la nostra città ha sottolineato i ritardi del territorio nel fare “filiera”, nell’elaborare uno sguardo d’insieme capace di unire le risorse e le bellezze di Lecce e del Salento per proteggerle dalla schiaffo a cui ogni giorno sono esposte. Ahimè, ha ragione! Ed ha ragione anche quando mette insieme la città capoluogo e la sua provincia, perché quest’insieme è il patrimonio da sottoporre all’attenzione dell’Unesco. L’intero Salento con i suoi alberi, le sue pietre, le sue città prefigurando e agendo una politica culturale e turistica di alto profilo. Così oggi non è! L’industria turistica è diventata la chiave di una svendita che non ha regole, anzi no, una ne ha, è lo strillo del “venite, venite, venite, siamo qui a calarci le braghe. Faremo strade sempre più larghe, (dimenticando di far manutenzione per le esistenti), assomiglieremo a Rimini e le nostre spiagge saranno sempre più a portata d’ombrellone” e via via di scempio in scempio.
Rimarremo incompresi, perché i viaggiatori, quelli veri, (e i commissari dell’Unesco) preferiranno i vecchi tratturi se mai ne resteranno, vorranno annusare il timo e il finocchietto e andare a scovare un dolmen o un menhir se mai ci ricorderemo di proteggerli. Gradiranno l’ombra di un ulivo o di una Vallonea leggendo malinconici i racconti di Cosimo De Giorgi sulla Grande Foresta di Lecce. La malìa di qui, noi vogliamo cacciarla via e loro, i viaggiatori (e i commissari dell’Unesco), quella vogliono trovare. Un Salento magnifico, intatto, misterico, sospeso “tra il meraviglioso e il quotidiano”. Quello sì meriterebbe la tutela dell’Unesco.
C’è ancora, lo trovi se sai cercare, qualcosa è rimasto, nascosto, laterale, dimenticato, ancora intatto. Ma per quanto tempo ancora? Se alzi lo sguardo l’incuria è tutto intorno, minaccia. E allora ben venga l’Unesco se significa disciplina, rispetto, regole per cercare di far riparo a ciò che resta. Per imparare a sentirsi “filiera virtuosa”.
Non è solo essere di un luogo, abitarlo, attraversarlo, non è solo quello. La prossimità con l'altro e con il territorio che “accoglie” deve diventare sentimento culturale. È snob far finta d'essere oltre, di sentirsi cosmopoliti senza aver profondo sentore e sentimento della Terra-Casa. Non funziona, non può funzionare nel divenire e nel farsi degli “atti culturali”, quegli atti che compiamo nella consapevolezza di dare continuità e futuro al sentire della comunità che ci “abita” e che abitiamo. Il dettato identitario è stato (e ancora è) sovraesposto in esercizi che hanno trasformato il progetto per il territorio in mero marketing, esercizio che spesso si traduce in usura di risorse che svuota e deprime l'essenza e l'essenzialità di ciò che è utile alla costruzione del futuro. Ma questi sono discorsi che difficilmente oggi trovano orecchie capaci di accoglimento. Il trend va da un'altra parte: è quello di un'economia che non ha riguardo per i valori di conservazione e per le reali necessità territoriali e questo, un commissario Unesco sa guardarlo e sa anche giudicarlo.

La Gazzetta del Mezzogiorno 11 dicembre 2015

domenica 8 novembre 2015

Difendere Casa Comi è difendere il Salento della Cultura






Dallo scorso settembre Casa Comi, a Lucugnano, è occupata. Il Comitato guidato da Simone Coluccia s’è fatto promotore di una lettera rivolta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al Ministro dei Beni Culturali Enrico Franceschini per difendere quello che, senza dubbio, dovrebbe essere considerato un “bene comune” della Terra Salentina e del Sud d’Italia perché, l’Accademia Salentina, per “lunghi anni meditata” e fondata dal poeta Girolamo Comi il 3 gennaio del 1948 con Oreste Macrì, Mario Marti e Michele Pierri è uno degli esempi più alti del fare cultura nel Mezzogiorno.

Un fare cultura “meridiano”, puro, “incapace" per molti versi (ed è un merito questa incapacità) di far denaro con la Cultura, nonostante l’economia non fosse estranea alle scelte del barone di Lucugnano. Il “Comitato pro Palazzo Comi” chiede che venga annullato o modificato il bando indetto dalla Provincia di Lecce (ente proprietario dell’immobile e dei beni in esso conservati) che prevede l’assegnazione trentennale a dei privati”. “Un bando – scrivono i promotori dell’occupazione - ricco di imprecisioni, che manca di tutelare in maniera chiara e non interpretabile l’immenso patrimonio artistico, storico e culturale di Casa Comi”. La vicenda del barone Comi è complessa, basta andare a leggere la sua biografia per accorgersi della levatura europea del personaggio e dell’utopia che abitava il suo pensiero.



Il primo numero de L’Albero – voce trimestrale dell’Accademia Salentina – è del gennaio 1949. In quel numero della rivista c’è, in un articolo firmato da Giuseppe Macrì, l’“Invito ad un nuovo Salento”; ancora non ci siamo arrivati e del destino di chi ha sognato (e di chi sogna) una terra al riparo dall’usura e dalla consumazione commerciale pare non freghi alla maggioranza delle genti salentine: amministratori e popolo uniti nella pochezza della visone e nell’insensibilità.  La difesa di Palazzo Comi non è solo la difesa di una biblioteca o della casa di un poeta anche se, in altre province, le case dei poeti sono strumento e leva di promozione territoriale, pensiamo alla Recanati di Leopardi o alle Langhe di Pavese e Fenoglio. la difesa di Casa Comi è la difesa della prerogativa culturale di questa terra, difendere l’esperienza letteraria del Novecento è difendere la qualità di una visione volta al futuro per continuare a perseguire quel “Salento da Amare” che la politica ha mancato di governare e di realizzare. Le stanze dell’Accademia Salentina con i libri, le carte, l’epistolario, gli oggetti, la pregevole collezione di arazzi sono state (e possono tornare ad essere) il luogo, il segno e il motore di una nuova possibilità: agire la cultura per mutare la condizione (anche economica) di una comunità. In questo il sogno e l’utopia di Girolamo Comi che fu fulgido poeta, ottimo operatore culturale e sfortunato imprenditore. Per Comi l’Accademia e la rivista erano legate all’Oleificio, al moderno stabilimento che costruì e che avrebbe dovuto dar lavoro e dignità alla sua gente. Un tentativo di imprenditoria solidale che portò in breve tempo il poeta alla rovina finanziaria. Una vicenda dall’epilogo amaro, nel 1961 la proprietà di Casa Comi passò alla Provincia di Lecce (Ente allora illuminato lo stesso, che a quel tempo, si fece promotore del Premio Salento) il poeta ne divenne custode e bibliotecario fino alla morte nel 1968. Oggi con un Ente Provincia in disarmo Casa Comi rischia di non avere futuro, il passato glorioso di quell’avventura che ha visto protagonisti nelle stanze di Lucugnano Maria Corti, Oreste Macrì, Mario Marti, Vittorio Bodini, Vittorio Pagano, Rina Durante, Vincenzo Ciardo, Luigi Corvaglia, Enrico Falqui, Ferruccio Ferrazzi, Alfonso Gatto, Michele Pierri, Alda Merini, Luciano Anceschi rischia di non avere più epigoni. Tanti e tanti altri giungevano in quello sprofondo di Sud e in quelle stanze “trovavano amiche anche le ombre”. Un modello da rilanciare, da perseguire perchè Lucugnano sia di nuovo meta di pensiero, di pratiche e di “utopie”.

Mauro Marino, La Gazzetta del Mezzogiorno 8 novembre 2015