mercoledì 16 luglio 2014

Il matrimonio da Gogol per Tramacere

Una scena da Il matrimonio



Al debutto per “Il teatro dei luoghi”, martedì 22 luglio
“Il matrimonio” da Nikolaj Vasil'evič Gogol 
per la regia di Salvatore Tramacere.


Erano le cose della realtà ad ispirare l’opera di Nikolaj Vasil'evič Gogol; sulle vicende del quotidiano - pubblico e privato - lo scrittore e drammaturgo russo (era nato in un villaggio della provincia ucraina nel 1809) inanellava paradossi, iperboli capaci di esaltarle, di renderle grottesche, ilari… Un approccio necessario ancora oggi, quello gogoliano, immersi come siamo in una realtà mutata, dalle consuetudini televisive, in reality.
Se è vero com’è vero che lo show “non è musica ma la traduzione in musica di un’indole” capiamo come esso muova le nostre giornate sul bilico tra realtà e fiction. La “finzione”, nella contingenza di una società dello spettacolo giunta al top del suo potere pervasivo, è la norma: il topos a cui anelare.
Al teatro il compito di decantarla, la realtà, di raffreddarla nelle sue fregole spettacolari, con un’overdose di ironia, di sana leggerezza agendo un punto di vista capace di spegnere il “rumore dei soldi”, sollecitando il “coraggio di tuffarsi”, di andare frontalmente all’incontro con il pubblico auspicando d’esser gatti - e non cani che quelli son sempre bisognosi d’un padrone - regali nell’autonomia, nella capacità di star soli, lontani dal chiasso e dai rumors della cronachetta.
Se viene il silenzio, ti chiedi del tempo. T’accorgi di com’è la giornata: a volte viene il sereno, altre volte piove… Guardi insomma, ci sei, sei al mondo e non nella scatola che ti fa bisognoso, succube. Rapito…
Il teatro è racconto, piacere del racconto, piacere di fare storie, di farle incontrando storie, frammenti, piccole tracce. Cucire le parole con la musica, con le canzoni (e qui, nella maniera korejana, di canzoni ce n’è tante dentro sospensioni che traslano dal digitale alla voce vera…), tingere con le luci le dinamiche, con i fermo immagine ispirare riflessioni, il tempo di un battito e via, di corsa, a fare il processo all’oscenita dell’oggi...
Nel 1842, a trentatre anni, Gogol' scrisse “Il matrimonio”, una satira incentrata su una giovane donna che viene corteggiata da quattro scapoli, ognuno con le sue eccentricità. Una storia – questa Uomini e donne di metà Ottocento - considerata minore nel vasto repertorio dello “svegliatevi anime” gogoliano. Salvatore Tramacere la ripropone con una compagine di straordinati attori, versatili e capaci che confermano lo Stabile salentino (se mai ce ne fosse bisogno) come vivaio e palestra di talenti attoriali. In scena: Francesco Cortese, Giovanni De Monte, Carlo Durante, Erika Grillo, Anna Chiara Ingrosso, Emanuela Pisicchio, Fabio Zullino.
E’ il bianco che viene agli occhi nell’allestimento pensato e illuminato da Lucio Diana.
Due tondi, uno bianco al pavimento, un altro sospeso sul fondo. Un divano, poltroncine, una specchiera anche questa tonda al lato, sul davanti una postazione microfonata e fornita di telecamerafa il verso ad un più noto “confessionale”. Al lato opposto un pianoforte, sarà per tutta la durata luogo abitato da un pianista vestito da cuoco, Ivan Banderblog, un autentico russo, un virtuoso funanbolo dello strumento che fa da contrappunto allo spettacolo.
Una foto di gruppo apre l’atto. L’aria è elegante… uno viene avanti, ha un libretto in mano legge, anzi balbetta: “Ne li occhi porta la mia donna Amore, per che si fa gentil ciò ch’ ella mira; ov’ ella passa, ogni uom vêr lei si gira, e cui saluta fa tremar lo core…”. Poi una donna prende a confabulare, a far promesse, lei combina “amori”… e via, poi il fatidico stacchetto e signori e signorine si trovan presi “a star dentro” nella commedia ma... non solo in quella.


domenica 6 aprile 2014

Un film e la speranza per il Salento


La locandina del film


“In grazia di dio”, il film di Edoardo Winspeare

Le parole della radio raccontano lo sfondo, quello della Storia: l'incubo greco non è lontano da Finibus Terrae; lo sciopero degli autotrasportatori ferma la circolazione delle merci; la fabbrica, il laboratorio tessile costruito con le povere rendite "della Svizzera", rimane senza commesse, il “padrone” di Treviso ha scelto la Cina... Poi, lo strozzino della finanziaria e il complice “zzenzale” che si prende la casa e poi, ancora, il precipitare nella depressione che a tanti toglie il desiderio della vita.
Questa volta no! La crisi è la cornice ma il reagire è diverso, tutto tenuto nel viso tragico e nell'inconsolabile incazzatura di Adele, la protagonista di “In grazia di Dio” nuovo film di Edoardo Winspeare presentato nei giorni scorsi - senza il consueto "spolvero" delle prime - a Lecce, nella sala del DB d'Essai, dov’è in questi giorni in programmazione.
Una storia qualunque, quella di chissà quanti, ma questa volta c'è la determinazione a non cedere, a non lasciarsi travolgere dalla paura.
Una lunga sequenza, lenta, segna l’entrata nel "tempo nuovo", attraversa la campagna, non c’è suono… è tutta da costruire la scommessa per il futuro, indeterminata, solo legata al pensiero e alla certezza del dover faticare, di nuovo faticare, per rimettersi in piedi...
E, il futuro, è nel passato, ben custodito dalla fierezza della madre, nell'amore che può venire ritrovando insime "…l'odore della merda", della sudore, della campagna. Manca il letame per rendere fertile ciò che il Tempo ha dimenticato. Già manca… andiamolo a cercare!
Un film nervoso, teso, detto in un dialetto puntuto, mai pacificato, traversato e travagliato dalle continue impennate dell'umore dei protagonisti... Non c'è il Salento idilliaco, cornice, tante volte vista, nelle pellicole di questi anni, a ben guardare, mai, nel cinema di Edoardo Winspeare, nella sua poetica, sempre in bilico tra "urgenza" e "speranza", così è stato nelle sue fatiche precedenti, così è in quest'ultima opera scritta con Alessandro Valenti.
Quello che Winspeare ci mostra, è un Salento emblematico, metafisico, dechirichiano in alcune inquadrature: il monumento, lo sfondo della chiesa, la fuga prospettica in paesi vuoti di vita, in contrasto, con la densità del paesaggio: aspro e bellissimo quando la mira è alla natura, al suo continuo mutare. Regale, nella sua umiltà, quando il lavoro porta dedizione e chiede, alla terra, di far colori, di far frutti, per lo "scambio". Un baratto nuovo, virtuoso, vitale - quello raccontato - riscattato dalla soggezione della colonìa, scelto orgogliosamente da Adele, in autonomia, strumento per la speranza. "In grazia di Dio” si può scegliere di sottrarsi, allora, di re-inventare la vita.
Il piccolo appezzamento di terra nella culla della cava, è la metafora visiva più completa dell’ideologia di questo film intensamente politico. La terra da custodire, da proteggere.
Il “no”, il non cedere, ci fa comprendere come la risposta alla crisi sia nella lenta riappropriazione e conquista del Tempo, una costruzione bisognosa di re-interpretare lo spazio vitale, di difenderlo, di proteggerlo donandolo alla sua più intima vocazione, quella rurale, l’unica capace di rendergli grazia!
Quanto è a rischio, quanto è fragile questo nostro Salento… Frana, adesso, sull’orlo delle coste e c’è chi, per correre ai ripari, ancora di più vuole esporlo all’usura, alla “consumazione”, come quella della gioventù ritratta nel film, nata sconfitta e senza desiderio se non quello animale di una sessualità vissuta solo per “svuotarsi”... che, se poi trova il pieno d'una nascita, guai alle puttana...
Il coro delle donne pare essere l’unico esito possibile. Delle donne e di quegli uomini capaci di trovare in se stessi, sempre vivo, il dono della tenerezza. In quella pietas cova la speranza!

martedì 24 dicembre 2013

La poesia di Alessandra Peluso

Il Tempo è noi! Ci "conta", ma non solo quello: è carne, è respiro, è l'inquieto della mente. Il Tempo custodisce ogni implorare, ogni vagare, ogni riuscire. È festa ed è pianto. Le stagioni dettano i giorni, il tornare dei colori, sussurrano alla pelle il verso. E quello viene, si fa canto, sottile muove alle mani, nell'eventualità di inchiostrature che, rigo dopo rigo, fanno il poeta: il suo stare attento, il suo essere al Mondo, compagno del Tempo. Un amante sempre illuso di possederci, con i suoi calendari, sceglie nomi e mette i mattoni dell'incontro. Fa dimora e accoglie l'abitare del sentimento. Della mancanza.
   La materia della poesia di Alessandra Peluso è in questo cercare di pelle, una sfida al Tempo fatta di soffi, questo sembrano i componimenti della silloge licenziata, nell'agosto 2013, dalle edizioni Lieto Colle di Michelangelo Camelliti.
   Versi densi, traversati da un lieve e levitante erotismo, quello del desiderio di ognuno, lei lo "parla", dentro una frontalità mai "oscena" se mai osceno può essere il desiderio, l'attesa, la speranza dell'altro. Dell'altro in amore.
   Le mani le senti e senti le labbra, senti il venire del sonno e nella veglia l'incombere di Orfeo suggeritore di sfide, di abbandoni, di cadute. Senti la carezza che non viene, sperata dall'umido che invade. Senti la vita: "Vivo in un idillio/ vivo la bellezza di una forma/ desiderata da me e per me/ vivo e mi vivo in un sogno/ vivo la mia vita// i miei perchè".
   Già i perchè...: "Innamorarsi è essere/ in sintonia in dissonanza/ contraddirisi/ raccontarsi bugie/ nascondersi mostrarsi/ accarezzarsi sfiorarsi/ penetrarsi in commistione/ con ogni piccola particella/ di liquido e solido/ tutt'uno/ per non essere sazi mai".
   Un'avventura leggere, leggerla, la scopri pagina dopo pagina e ti ubriaca, ti porta a... "Capire per scoprire ad un tratto/ di non aver capito nulla o giù di lì"... questo è il gioco di "Ritorno Sorgente" questo è il sempre sorgere di chi inquieto trova, sa trovare, l'incantamento, il suono, il dettato che fiorisce in poesia...

lunedì 16 dicembre 2013

La Danza nella Casa di Borgo San Nicola

Libera la pena

Lunedì 9 dicembre ho visto la danza. L’orario dell’appuntamento era insolito: “le 15 e 15. Categorico presentarsi a quell’ora” mi dice Chiara Dollorenzo, la coreografa. Anche il teatro è insolito: la Casa Circondariale di Borgo San Nicola.
Ecco spiegato l’imperativo.
Sai com’è “la procedura per l’entrata ha i suoi tempi”. Arriviamo puntuali, un piccolo gruppo è già in attesa. Consegnati i documenti alla porta e abbandonati i cellulari negli armadietti, sbrigato il da fare, varchiamo la soglia in pulmino.
Il grande portone-diaframma tra il dentro e il fuori si apre e siamo “dentro”. Sarà la luce invernale, ma tutto mi appare più piccolo rispetto alle altre volte che mi son trovato lì.
Vivido, il verde dell’erba isola il chiaro dei muri, delle grade e dei vari padiglioni, due grandi sculture, salutano. Sembra di galeggiare, di stare in apnea. Ospite provvisorio di un luogo dove la provvisorietà è norma: stare nella pena è condizione sempre tesa nella speranza dell’andar via. “Evadere” quanto più è possibile... Il teatro, la danza, la musica, l’arte, il creare... la chiave di piccole fughe attraverso cui costruire un altro tempo, per dare materia e concretezza all’inquietudine.
***
Una breve attesa nel “foyer” della sala spettacolo. Le ultime prove di là dalla porta, “il gruppo ha lavorato per quattro settimane, due incontri settimanali di due ore ciascuno”, m’informano. Entriamo, prendiamo posto, alle nostre spalle il pubblico si infoltisce: accompagnati dalle Guardie Penitenziarie arrivano i “residenti”.
Si fa silenzio
Il sipario rosso si apre, lo accompagnano in due, lentamente scoprono uno, in piedi, al centro, maglietta bianca e pantaloni neri, fa una camminata all’indietro. In bianco e nero sono tutti gli altri che iniziano ad arrivare incrociandosi sul palcoscenico. Vengono, tracciando diagonali, si incontrano, si salutano, fanno piccole prese, vanno in sospensione, tenuti l’uno all’altro. Tentano passetti, proprio passetti, quelli della danza...
La compagnia è composta da 13 uomini, con i corpi propri degli uomini: i muscoli, le pance e tutte le pesantezze dell’età e dello stare nella reclusione. Una grazia inaspettata è quella di cui siamo spettatori, provano il largo di un valzer, ballano insieme, scopriremo dopo che parlano lingue diverse: italiani, rumeni, albanesi disegnano sulle nostre facce la sorpresa.
Uno, come il titano Atlante - quello che Zeus costrinse a tenere sulle spalle l'intera volta celeste - è in posa, al centro: postura del pensamento e della sopportazione del Mondo, intorno prese, salti, attese e molta emozione a fare da fluido dalla scena alla platea.
In tutto, per circa 20 minuti di esibizione, tre variazioni tessute su tre diverse sonorizzazioni: dalla melodia verso la ritmicità tipica del minimalismo.
Cos’è il corpo che danza? É un corpo che sceglie di consegnare l’energia all’altro.
Qui - in questo esperimento donato al Carcere dall’Amministrazione Comunale di Nardò - è una comunità che danza. Un insieme che mette fuori la conoscenza di un Sè corale nell’occasione della riconsegna del sè d’ognuno alla collettività. Non c’è la pena, la colpa a far da medium, c’è la pietas, l’accoglimento, un provarsi dove il cuore e la volontà muovono il corpo nell’aiuto vicendevole, nello scambio perchè “l’abbraccio è aiuto e non si balla solo con i piedi ma anche con la testa” e con il desiderio...

sabato 7 dicembre 2013

Il coraggio dell'attore, César Brie


César Brie in una scena di Albero senza ombra

Abbiamo visto, giovedì 5 dicembre, ai Cantieri Teatrali Koreja, in apertura del cartellone  di Strade Maestre, "Albero senza ombra" spettacolo scritto, diretto e interpretato da César Brie.
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Al pubblico manca la solitudine nell’essere pubblico. L'uno, non sa essere uno e, in compagnia di tanti uno, mormora, cerca l'altro, ride, chatta, guarda il suo i.phone, dialoga via sms.  Inquieto, non sa stare al cospetto di un'opera. Ha dimenticato come si fa, come essere partecipe di un rito. Solo il buio placherà l'irrequietezza. Sarebbe bello, educato, se giungesse prima, quel silenzio, una volta varcata la soglia, entrando in sala. Sarebbe un segno di maturità, salutare - scordando la premura del quotidiano - quell'attore che aspetta, seduto in fondo, di dare inizio al suo atto. Ma è vano sperare, il cinquettare di un twitt giunge a spettacolo iniziato, nonostante le raccomandazioni...
La memoria teatrale è "memoria parallela" per chi è al cospetto del palcoscenico. L'essere pubblico è (deve essere) condizione essenziale, come quella dell'attore: accogliere, accudire, riporre le storie dentro sè. Lasciarle decantare per poi chiamarle, destarle, come per un sogno portarle in luce. Corrono parallele – le cose del teatro - non appartengono più all'ordinario quotidiano, divengono  materia della "terra di mezzo". Sono visione, apparizione, cosa santa. Ammaestramento per le cose della vita.
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L'amplificazione "frigge" in attesa, sottile, costruisce un tappeto sonoro che conta il venire dei passi, li sento, alla mie spalle. Passi che macinano il cammino, percepisci la giungla, l'umido sotto le scarpe...
Si fa buio, per il racconto di una tragedia....
C'è un perimetro di foglie, un sentiero, tutto intorno ad una pesante tela grigia che copre il pavimento del "quadrato" di scena. Tutt'intorno siede anche una porzione di pubblico. Dall'alto, cadono povere cose: coppe di zucca che portano una, farina di mais, altre, castagne boliviane. Poi speculari, due abiti, uno femminile e uno maschile, di quelli del decoro andino, con le tessiture che sul nero, sul rosso intenso, mischiano i colori, nell'ordine dato da mani profondamente sapienti.
César Brie è seduto, scalzo.
Corpo antico, il suo, presente, sempre desto. Capace. Testimone di una "tradizione" teatrale che possiamo ormai considerare "classica". Quella che, con povere cose, con l'essenziale, sa costruire incantamenti, sa intrecciare storie, sa fare eroico l'attore sul filo, in equilibrio, tra responsabilità artistica e impegno civile.
Parlano i morti, in questo spettacolo, e parla César. Due diversi piani narrativi muovono l'intreccio drammaturgico.
La sedia, accoglie il racconto "personale" dell'attore, l'avventura del ritorno nel Continente Sud Americano con il Teatro de Los Andes fondato nel 1991 in Bolivia, a Yotala, vicino alla città di Sucre. Poi, la reazione all'orrore, che trasforma Brie da stimato artista nell'"argentino di merda" che osa sfidare il potere.
Il "non essere codardo" e l'imperativo del dovere di denunciare da sempre abitano nel corpo di Cèsar Brie: la sua ostinazione artistica si fonda su un agire creativo profondamente politico che, nel teatro, ha trovato riscatto alla mortificazione della libertà e della giustizia.
Il "quadrato" di scena - con la sua esile macchineria e un magistrale disegno di luci - è invece il luogo della Storia e delle piccole storie: «L’11 Settembre 2008 nel Pando, regione della giungla boliviana, si è consumato un massacro di contadini. A fine giornata i morti accertati erano 11, centinaia i feriti da armi da fuoco e decine le persone scomparse (tra cui diverse donne e bambini), alle quali nessuno, finora, ha restituito un nome, un volto, una storia», racconta César Brie nel foglio di sala.
"I morti quando parlano fanno qualcosa che non è propio rumore", è una delle prime battute dello spettacolo e siccome "gli occhi non devono niente a cosa non hanno guardato" l'attore si fa medium e dà voce all'Ade. Va e viene dai corpi degli altri, quelli che in comune hanno avuto la stessa crudele fine. Campesinos, ma anche i carnefici, parlano. Uno scavo in cerca della verità.
Prima sollecitata con un documentario "Tahuamanu", quello che via via gli lo ha reso "invalido e zoppicante" nel cuore, mettendo in discussione la sua permanenza in Bolivia, poi la scelta della scena, il suo luogo, per continuare la denuncia e rendere grazia a quelle anime  che ancora aspettano giustizia. “Che volete?" chiede in chiusura, e "il sogno infranto di un testardo", il suo, d'attore, sembra trovare orizzonte nello sbigottimento che coglie il pubblico, zittito dal graffio del suo coraggio.

martedì 26 novembre 2013

Un po' di moda non guasta!


Biondo-maschietto in una fotografia di Roberto Pagliara

Sabato 23 e domenica 24 novembre si è tenuta l'undicesima edizione del Lecce Fashion Weekend; l'evento torna due volte l'anno a cura di Elisabetta Bedori di Alta Voce, agency e fashion magazine. A condurre la serata la giornalista Cinzia Malvini, suo il programma cult M.O.D.A. su La7.
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È la mia terza volta da spettatore e, ogni volta, è stato come un viaggio nelle cose del far moda in Puglia e nel nostro Salento. Un far moda alla ricerca di mercato e di futuro. In scena, virtuose atelier più o meno piccole, più o meno affermate ma tutte motivate da una grande passione e dedizione al mestiere.
Ciò che manca al "sistema moda" pugliese è il potenziamento dell'indotto: uno scouting più motivato ed efficace nel definire orizzonti, un potenziamento degli ambiti formativi e un più fattivo coinvolgimento delle scuole di moda e di costume, la creazione di agenzie capaci di finalizzare e promuovere il fare creativo. Una maggiore chiarezza politica, soprattutto, nel dare destino a ciò che, a parole, viene magnificato sempre e solo – quando serve - con frasi di circostanza. C'è insomma tanto da fare, l'appuntamento leccese con la sua puntualità tiene desta l'attenzione...
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Un viaggio, un partire dicevo: quest'anno il LFW è stato ospitato in qualla che un tempo era, presso la Stazione di Lecce, l'Officina della Squadra Rialzo, oggi luogo del Museo Ferroviario di Puglia.
Scegliere i luoghi sembra essere una prerogativa del fashion weekend leccese, le ambientazioni costruiscono il necessario sottotesto, utile alla lettura delle collezioni, traccia di un filo che, accogliendo il pubblico lo accompagna sollecitandolo alla piena presenza.
In passato m'ero accorto della galleria trasparente all'ombra della colonna di Sant'Oronzo o anche, avevo notato, la ricostruzione, sempre in quella Piazza, di una stazione ferroviaria. Ma chi usa leggere le mie cose sa che il “Salotto” lo lascerei libero dagli eventi essendo esso, già in se stesso, un evento, ma questo è divagare. Intrigante è stata, nell’ottobre del 2012, la scelta di un magazino di elettrodomestici – quello dello show room di Lato - nella zona industriale di Corigliano d'Otranto o anche la scelta di via Rubichi a Lecce nel 2013, ai piedi del Municipio, per ospitare la passerella come a sottolineare la necessità di uno stretto rapporto tra chi "cuce" eventi e chi dovrebbe garantire l'agibilità logistica ed economica...
Ma, anche questo, è divagare.
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Tra gli spettacoli, quello della moda è "teoricamente" il più semplice. Basta disegnare la passerella e tutto in lungo si sistema il pubblico. Un set di luci, qualche piccola macchineria teatrale ed è fatta.
Una camminata è quello a cui sono allenate le "attrici" dell'atto, le modelle che sguardo dritto, mirato in avanti, tagliano l'aria.
Le prime che appaiono, nel prologo della serata, – la mia cronachetta riguarda la sfilata di domenica 24 – sono "sonnambule". Sguardi trasognati e capelli voluminosi - la spazzola per il "crespo" è dell'hair stylist Roberta Apos - in bianco, con pigiami e baby doll, fanno traffico di valige. Su e giù lungo l'antico vagone che fa da sfondo alla passerella, le trasportano da un vecchio carrello portabagagli fino in fondo, per scomparire inghiottite dal convoglio.
Il fischio di partenza da inizio alla serata. Ancora una performance, quattro maschi in vestaglietta fanno cornice, una Mina spagnola canta "Un anno d'amore", alti tacchi a spillo reggono un'abito rosso. Michele Gaudiomonte lo racconta: è in organza con nappine di seta applicate una ad una sulla superfice e le mani artigiane le vedi all'opera, nella cura attenta del particolare, nel far finitura alla bellezza, come fa Almodovar – a lui è dedicato il quadro - quando "cuce" i suoi film.
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Annarosa Cardignan apre la sequenza dei defilè. Disegno minimalista, dal nero si passa al grigio. L'andatura delle modelle è tutta tenuta negli sbiechi dei tagli, nei colli larghi che sfiorano le spalle, nelle cadute aperte del panno, e poi i colori: prugna, rosa antico e un caldo verde. Signorine eleganti, ma molto eleganti, la più elegante è biondo-maschietto...
È un mistero la trance della modella, passo avanti e spalle indietro, ma proprio indietro, paiono cadere alcune, danno la vertigine... Non t'accorgi dove guardano. Impossibile saperlo il perdimento loro, il segreto del pensiero è tutto tenuto in impeccabili cappottini.

Poi Gino Longo, da Cursi. Imbastisce tradizione e futuro. Un capospalla grigio con risvolto viola, un cappottone leopardato, una sciarpa-vestito in total nero, biondo-maschietto porta un abito azzurro argento. Segue il rosso, plissetato e fasciato. E poi, abiti lunghi, il più attraente trasla lucentezze di grigio su un largo cappuccio, sospeso, tenuto in gola da un fiocco... Ecco le spose: grigio-argento, bianco avorio, bianco bianco... Il make-up è di Fabiana Sacquegna, labbra rosse e occhi luminosi mischiano una misteriosa felicità al rimmel.
Viene adesso il puro creativo: cinque abiti della Scuola di Moda Rosanna Calcagnile. "Surreali" dice qualcuno, incantato, alle mie spalle. Grandi gioielli di ceramica sghembano su tagli che ricordano le improvvisazioni del jazz: stanno su moltiplicando la linea ritmica. Assoli di materiali si combinano nell'azzardo di colori: il giallo, il verde, il rosso nella prova dell'armonia, mai scontata se è lo sguardo ad essere sollecitato, provocato, svegliato dalla consuetudine. La ricerca è concetto e valore, ecco allora una cappa in vichy, un grande colletto, tessuti da tappezzeria cuciti al rovescio, cimose e cuciture a vista, orli sfilacciati, volumi applicati e larghi plissè: vestono e tagliano arte sulle figure in movimento. Il giusto prologo a ciò che segue: Dolores Mauro ispira ad "Alice" i suoi capi cuciti con la sapienza di una sartorialità impeccabile nel combinare l’astrazione decorativa del voile con la geometria del tartan, il particolare disegno dei tessuti in lana delle Highland scozzesi. Il sogno irrompe portato dal rosso. Un grande cuore tridimensionale taglia il bianco e nero della scollatura. Sfilano variazioni di temi decorativi, l'abito lungo porta l'oro e la manica in giù a metà braccio.
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Di fianco ho mariti che fremono, seduti in tribuna, desiderosi di pizza fanno fretta alle mogli messe in giù, più comode sulla prima linea di sedie. Spero loro non cedano alla lusinga. Non cedono e si distraggono guardando un filmato sull'i.phone.
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In passerella è annunciata Maria Ancona presenza costante del fashion weekend, una collezione  total-black, i diversi toni e le lucentezze sono affidate alle variazioni dei materiali. Uno splendido capospalla, fa semplice la seduzione. Una giacchina su una camicia di pizzo. Lucido e opaco: un vestito disegna "spiando" trasparenze. E un cappotino poi... un bellissimo abito da sera con guanti e collo di pelo...
È incolpevole la mannequin. Colpevole è l'abito. Biondo-maschietto sembra l'unica a saperlo, nel lungo della gamba mostrata racconta la possibile complicità, il legame, con l'abito portato. Potrebbe essere sua cosa, sua scelta.
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I mariti cedono, prendono la via di fuga e, seguiti dalle mogli, spariscono alla volta della desiderata Napoli "con capperi e acciughe abbondanti...".
Malvini annuncia il debutto: Francesco Cecchini si ispira al radical-chic degli anni Settanta e, quella innocua trasgressione, la declina con boule per l'acqua calda portate come borse e povere coperte, quelle pesanti da caserma o da ospedale, si trasformano in mantelline, in giacchine, in comodi copri abito. Biondo-maschietto viene avanti con leggero mantello, ovali bislunghi segnano in ocra variazioni di grigio. "Il vero chic è uscire dagli schemi riguardando nel proprio armadio, re-interpretandolo nel bisogno del quotidiano" ammonisce il creatore nel suo commento alla collezione appena mostrata. Il giusto annuncio a ciò che verrà dopo. Il caldo del "pesante panno" si trasforma adesso in morbido cachemire quello che a Le Costantine si tesse sugli antichi telai della Fondazione di Casamassella. Un canto di donne annuncia il gruppo delle modelle: vengono insieme, si fermano, ognuna con movimento in tondo dà volume all'abito. Toni caldi, righe orizzontali mischiano rombi e spinature. Sapienza di donne talentuose che sanno  far moda inventando ogni giorno il dettato del tempo, le sue volubilità e i suoi desiderata.
Il ritorno repentino al presente più trasgressivo segna la chiusura della serata, in passerella i  leggings stampati di Cristèl e Romina jr. Carrisi. Audio cassette, bobbine di vecchi VHS, un Carpe diem scritto su una magliettina, la S di Superman, il fuoco poi, proprio il fuoco fanno da motivo decorativo. Biondo-maschietto mostra le grazie e un pop psichedelico fa festa e saluta il pubblico.
Alla prossima, al prossimo viaggio, la location è segreta, speriamo ci stupisca!
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In chiusura, permettetemi di divagare...
Ciò che ci saremmo evitato è l'insopportabile passerella dei politici, il loro pavoneggiarsi è l'opposto del guardar dritto. Loro, attenti, di sottecchi, amano controllare la devozione degli astanti, la misurano, vanitosi, quando siedono al "meglio posto"... Ci son poi quelli che presi da impeto tabagista lasciano la sedia e ostentando il pacchetto alla platea, senza farlo chiedono venia e s'allontanano traversando, spalle chine, la sacra linea...

giovedì 21 novembre 2013

Rina Durante, la raccontatrice

Edoardo Sanguineti con Rina Durante a Roca
É stata come una festa! Alcuni, annunciati, non c'erano. Accade sempre così, specie qui, dove siamo abituati a far le bizze quando siamo invitati e, i distinguo, fanno ombra alla levatura e all'autonomia espressiva dei Nostri: i poeti, gli scrittori, gli intellettuali che hanno dato vita e parole al divenire culturale di questa strana terra che trovano, nell'indifferenza e nella supponenza degli altri, la loro vera fine.
Ma torniamo alla festa, al convegno che lunedì 18 e martedì 19 novembre la Città di Melendugno, l'Università del Salento e il Cuis - con tre ricche sessioni di lavoro ed un recital di chiusura tenutosi al Cinema Elio di Calimera - hanno voluto dedicare a Rina Durante. "Il mestiere del narrare" il titolo, sul manifesto l'immagine di Maria Bellonci (l’ideatrice del Premio Strega) che bacia una giovanissima Durante in occasione della consegna, alla scrittrice, del Premio Salento nel 1965. Altri tempi e soprattutto altri eventi e altri premi.
Lei, la Rina, si definiva una raccontatrice. Persona capace di sguardo, di accoglimento. Antropologa per “necessità”, cercatrice di storie per meglio restituire l'immagine di una terra desiderosa di riscatto. Figura creativa, larga nel suo operare, capace di profondità e di leggerezza. L'ironia, lo strumento con cui viveva e mediava il suo rapporto con il Mondo e con gli altri: il disincanto, per meglio scavare - spogliare - la Vita e raccontarla, per fare che la piccola storia diventasse Storia. La Cultura come scelta di campo, una scelta politica per dare lingua e soggettività critica alle persone, ai miseri, agli affamati del "salentino, una delle terre più lontane d'Italia: non tanto per distanza dai centri d'irradiazione storica, quanto per una sorta d'indipendenza della sua gente, del modo di essere e di pensare" così è scritto nell’aletta di copertinanell’edizione del 1964 de “La Malapianta” uscita da Rizzoli.
La letteratura, la musica, il teatro, il cinema, per allenare gli occhi e dare luogo alla commozione che dallo sguardo sorgeva a far guida. Provate ad immaginarlo il nostro Salento negli anni Cinquanta. Leggetelo, andatelo a cercare, provate a sentire Teta, sua moglie, i loro tanti figli ne "La Malapianta". Provate a chiedervi i perchè della Tragedia di Roca atto corale di una comunità che nel teatro trovava l’opportunita di riconoscersi, del farsi prete del Tramontana...
*  *  *
La letteratura (l’arte) ha un tempo? Una scadenza? Deve essere (per essere) trendy? Sì, se ci attenimo ad una superficiale analisi storica, legata ai flussi del consumo e al gusto mainstream e non alla particolarità della vicenda di un artista, del territorio in cui vive, delle urgenze e delle difficoltà che lo muovono. Di questo bisogna tener conto, come anche, dello sguardo trasversale che dalla Provincia mira alle cose della Cultura e del tempo lungo dei testi, della scrittura che rimane, sopravvive alle contingenze e muove sconfiggendo il tempo.
L'opera di Rina resiste, esiste e va riletta, divulgata per meglio comprendere e porre argine alla deriva che coglie questo Salento dimentico di se stesso, tradito, oltraggiato, (forse) irrimediabilmente consumato.
Molti i testi analizzati nel corso della due giorni tra il Nuovo Cinema Paradiso di Melendugno e la sala conferenze del Rettorato: "La Malapianta", che presto troverà nuova edizione, "Tutto il teatro a Malandrino" ancora nel catalogo di Bulzoni, gli "Amorosi sensi" che speriamo Manni possa ripubblicare, i testi poetici degli esordi letterari con il Critone di Vittorio Pagano, i racconti sparsi e la ricca produzione giornalistica. Segni di una vera e propria militanza iniziata alla fine degli anni Cinquanta ma già incubata nelle visioni infantili sull'Isola di Saseno che abbiamo visto nel film-documento realizzato quest’anno da Caterina Gerardi.
Abbiamo scoperto – nella puntuale analisi testuale offerta da Lucio A. Giannone de "La Malapianta", una Durante "esistenzialista" nel descrivere il mal d'animo dei poveri, che nella loro autocoscienza monologante danno voce alle inquietudini di quelle classi subalterne che il Tempo Moderno ha spazzato via con le grandi migrazioni e con l'assoggettamento alla telvisione.
Di queste trasformazioni Rina Durante ha scritto, la violenza di queste trasformazioni ha denunciato, senza mai proporre la fuga ma al contrario proponendo e rinnovando lo scavo del suo sguardo.
Per questa festa dobbiamo dire grazie – prima che ad altri - alla testardagine dello scomparso Vittorio Potì, e poi ad Annalisa Montinaro, a Massimo Melillo, a Luigi Santoro, ad Antonio Lucio Giannone e al suo gruppo di lavoro.
Adesso con il ritorno in libreria de "La Malapianta" per i tipi di Zane Editrice aspettiamo gli atti del convegno, importanti per poter divulgare la ricchezza delle analisi proposte.
Speriamo accada presto.